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Cambiare tutto, affinché niente cambi: prendendo spunto da una tra le più celebri massime contenute ne "Il Gattopardo", la sentenza definitiva del processo a Calciopoli potrebbe riassumersi così. Rispetto al primo grado di giudizio, vengono infatti scontate le pene a tutti e quattro i club coinvolti, Juventus, Milan, Fiorentina e Lazio, con una disparità di pena che evidenzia le numerose pressioni esercitate da poteri al di fuori dell'universo pallonaro (politica, finanza, etc...) in questo mese di inchieste, dopo che le prime intercettazioni pubblicate dai quotidiani nel mese di maggio avevano fatto gridare alla rivoluzione dell'intero mondo del calcio, come mai si era visto prima. Ci troviamo invece a commentare il risultato di un verdetto che vede la Juventus, la maggiore tra le società coinvolte, condannata alla serie B con 17 punti di penalizzazione e tre giornate di squalifica per le gare interne. Basterebbe già questo, andando a riascoltare le varie telefonate di Luciano Moggi, per riscontrare la realtà di una clemenza a dir poco inaccettabile. Pensiamo per esempio ai tifosi del Napoli, costretti ad anni di purgatorio tra serie C e B per molto meno, o al Genoa di Preziosi, confinato due categorie più in basso per una valigetta di 200 milioni, o ancora alla Fiorentina, non quella dei Della Valle, bensì di Cecchi Gori. Quella stessa Fiorentina che oggi si ritrova nella massima serie, seppur con 19 punti di penalità, dopo aver tentato palesemente di introdursi in un meccanismo illegale di potere, spinta a cedere le armi di una battaglia inizialmente sostenuta contro Galliani e la sua elezione a presidente di Lega. Ma il dolo, o il suo palese tentativo, resta in ogni caso. Una sorte molto simile di quella toccata alla Lazio, che ha avuto nella figura del presidente Claudio Lotito il simbolo di un calvario, iniziato quando l'imprenditore romano viene praticamente costretto dai boss di alcuni istituti bancari a rilevare una società sull'orlo del crack economico, salvo poi dover chiedere favori a chi di dovere per scongiurare una retrocessione, in virtù della quale avrebbe perduto possibilità di rilancio e investimenti. Per la sua società, il ritorno in serie A costa appena 11 punti di penalizzazione. Un capitolo a parte merita il Milan. Condannato in primo appello a 15 punti da scontare il prossimo campionato, si ritrova ora a doverne recuperare soltanto otto, il che significa, con la regola dei tre punti a vittoria, meno di tre partite rispetto agli avversari. Eppure il club rossonero era parte integrante del sistema-calcio di questi ultimi anni, come ben evidenziato dalla ricostruzione affidata a Francesco Saverio Borrelli. Inoltre, lo stesso Galliani, presidente ufficiale e virtuale della società, vede scendere a nove mesi la precedente inibizione da incarichi ricoperti in passato. Ciliegina sulla torta, il ritorno in Europa con l'ingresso in Champions League dalla finestra dei preliminari. Ma come è potuto accadere tutto questo? Qualche spiegazione si può azzardare. Innanzi tutto bisogna tornare alla prima sentenza, apparsa a molti se non proprio esemplare sicuramente pesante. Non è stato così, perché le condanne assegnate in primo appello non si sono basate sul teorema di un sistema collaudato e composto da infiniti intrighi di corte tra i massimi esponenti delle due squadre che hanno monopolizzato il campionato italiano negli ultimi anni; le responsabilità contestate ai vari dirigenti hanno invece percorso nella maggior parte dei casi la strada del singolo episodio, di questa o quella partita, di qualche affermazione a mezza bocca. Facile dunque, alla seconda tornata, confutare una serie di accuse piuttosto che un'intera gestione dell'affare-calcio, fatto di accordi non solo sportivi, ma televisivi, economici, politici. C'è poi quest'aria da "volemose bene" che da una settimana a questa parte sembra aver nuovamente contagiato il nostro paese, non soltanto per il trionfo mondiale e non solo in merito a questo processo, che però potrebbe aver contaminato anche questo processo. In fondo, un indulto così come è stato proposto proprio in questi giorni alla Camera, tornerebbe utile oltre che al signor Previti anche a molti di coloro che hanno consumato telefonini a più non posso in quest'ultimo periodo, dai furbetti del quartierino a tutti i protagonisti di "Bancopoli", per arrivare appunto a qualche personaggio chiamato in causa in quest'ultima vicenda pseudocalcistica. Senza contare che del "caso Gea", la società di procuratori in mano a tutti i figli di papà, da Geronzi a Cragnotti e Tanzi (ricordate Cirio e Parmalat?), non si sente più parlare da molto tempo. D'altra parte, quando è il fresco ministro della Giustizia a chiedere in diretta televisiva l'amnistia per tutti, cavalcando l'onda d'entusiasmo suscitata dai Campioni del Mondo in carica, tutto diventa inevitabilmente più difficile. Ai tifosi, gli unici che in un modo o nell'altro vengono colpiti direttamente nei loro sentimenti, o per ulteriori delusioni o per gioie combinate ad arte dalla cosiddetta giustizia sportiva, auguriamo comunque un felice campionato. Sempre se avranno ancora il coraggio di spendere un euro del loro lavoro per tutto questo.
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