GUAI A CHI TOCCA LA NUOVA LEGGE
Articolo scritto da Paolo Condò - tratto da "La Gazzetta dello Sport" - Dom 23 febbraio 2003
Dando notizia - in tono soddisfatto - dell'approvazione del nuovo decreto antiviolenza, molti quotidiani dedicavano ieri spazio alle voci discordi, dall'onorevole Buontempo - decisivo nell'annacquamento della legge ordinaria - ai rappresentanti degli ultrà di alcune tifoserie. In apparenza le loro erano obiezioni "tecniche", e quindi centrate sull'attendibilità delle riprese televisive per l'arresto in flagranza differita, e sul pericolo di scambi di persona. Nella sostanza, le abbiamo invece interpretate come un messaggio "politico": non ci rompete le scatole perchè i padroni delle curve siamo noi. Gli incidenti di ieri a Torino sono la seconda parte della risposta, forse non coordinata ma di certo coerente. Il che dimostra che che il decreto può non essere bello, ma se si vuole continuare a giocare a calcio è assolutamente necessario.
La prima cosa da fare adesso - da fare tutti - è seguire con estrema attenzione l'iter parlamentare del provvedimento, la sua conversione in legge, perchè qualche parlamentare-lobbista degli ultrà non mancherà di intervenire per addolcirlo, tutto o in parte. A interessargli è il voto di certe curve, che probabilmente otterrà: ma gli elettori ci sono anche nell'altro pubblico, quello che vorrebbe andarsene allo stadio in santa pace, magari portando la famiglia, e che annoterà nome, cognome e partito di chi, proteggendo i violenti, glielo vuole impedire. Non ci saranno soltanto ultrà nel suo collegio elettorale, vogliamo sperare. Non è poi una speranza, ma una certezza, la stanchezza nei confronti di chi considera un male necessario e inevitabile il lugubre clima che si respira nei nostri stadi. Ma perchè non ci si può divertire con i bambini come succede in America? Ma perchè altra gente deve decidere in quale modo e con quali limitazioni possiamo passare le nostre domeniche?
Si dice sempre che incidenti vergognosi come quelli di Torino rischino di rompere il giocattolo-calcio: frase in origine un pò vuota, ma che da qualche tempo si sta riempendo di significati. I tifosi granata sono furiosi con la loro dirigenza per la povertà della campagna-acquisti, testimoniata dalla imminente retrocessione in B: in sostanza, rimproverano a Cimminelli di essere povero (se rapportato ai proprietari degli altri club) o incapace. Comunque indegno di rappresentare il Torino al tavolo dei grandi; un Torino che però è stato preso in B, e che non ha alcuna coda di acquirenti davanti alla sua sede. Povero o incapace che sia, Cimminelli è quel che passa il convento. Ma la gente, ipnotizzata dal baratro vicino, non se ne cura: protesta, spacca, appicca l'incendio. Non c'è futuro, solo un presente da ardere.
Questo vuol dire che non è lontana la Superlega, intesa come campionato europeo nel quale siano ammessi soltanto i ricchi. Chi avesse creduto alla provocazione della serie A a 40 squadre, e avesse prestato distratta attenzione all'obiezione della quantità di gare dall'esito scontato, ieri avrà notato lo scarsissimo appeal delle partite fra Como e Juventus e fra Torino e Milan, che pure sono iscritte alla versione "ristretta" (18 formazioni) della serie A.
Sorelle sarebbe dir troppo, ma almeno parenti le vogliamo considerare? Beh, Juve e Milan hanno scherzato quasi fossero pugili di taglia tre volte superiore ai rivali. Più che match erano cartoni animati: i piccoletti che mulinavano le gambe per scappare, i grandi cui bastava un allungo per menare ceffoni. Pur di restare attaccate al carro delle potenze calcistiche, le società di taglia minore si sono indebitate per generazioni, fedeli ai loro interessi ma anche all'idea di un campionato capace di contenere il clubbone metropolitano e il minuscolo, miracoloso Chievo.
Dondolante sul baratro economico, disperatamente aggrappato al decreto spalmadebiti, ora il vecchio calcio viene anche aggredito dagli ultrà.
Saranno loro a darci l'ultima spinta verso la Superlega?